La Grazia di Paolo Sorrentino: l’ironia della politica tra Costituzione e tormento umano – G. Rizzoni
“Le istituzioni sono commoventi” ebbe a scrivere Pier Paolo Pasolini, peraltro autore della fortunata metafora del “Palazzo” entrata nel linguaggio comune per denunciare la separatezza fra le istituzioni della politica e il paese reale. E nel “Palazzo” italiano per eccellenza, quello del Quirinale, ci porta l’ultimo film di Paolo Sorrentino, La Grazia, per descriverci passioni e tormenti del suo principale inquilino, il Presidente della Repubblica. Al centro del racconto i dilemmi che assediano il capo dello Stato Rosario De Santis – magistralmente interpretato da Toni Servillo – negli ultimi sei mesi del suo mandato – quello che in termini gergali viene chiamato il “semestre bianco” per il venire meno in questo periodo di una delle principali prerogative presidenziali, la facoltà di sciogliere le Camere. Ma, al di là di questo specifico aspetto, quel bianco sembra proiettarsi sull’intero trascorrere di queste ultime settimane del settennato del Presidente facendone un periodo sospeso nel quale forse cercare il significato di tutta una vita. Come si affrettano a ripetere molti dei suoi interlocutori, al termine di quei sei mesi il Presidente sarà finalmente libero dai suoi gravosi impegni: ma che fare di quella libertà una volta venuta meno la massima responsabilità in campo politico e civile cui sia dato aspirare? E come sarà giudicato il modo con cui si è assolto a quell’alto mandato? De Santis è stato un grande capo dello Stato? Una radicale domanda di senso sembra investire l’intera esistenza del Presidente, non risparmiando neppure la relazione più importante della sua vita: quella con l’amatissima moglie Aurora, defunta da qualche anno e sulla quale grava l’ombra di un tradimento a suo tempo confessato dalla donna (senza tuttavia rivelare con chi e in quali circostanze). Come spiegare quell’antica infedeltà, apparentemente incomprensibile?
